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05/11/2008
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CASALESI, PROCESSO SPARTACUS: LO STATO SI COSTUISCE PARTE CIVILE
Il maresciallo Bolognesi: «Io, carabiniere, amico dei boss per incastrarli»
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Maxi-processo «Spartacus 2»: venerdì la la requisitoria del procuratore generale
Maxi-processo «Spartacus 2»: venerdì la la requisitoria del procuratore generale
INTERNAPOLI. Lo Stato italiano contro il clan dei Casalesi. Da ieri questa non è solo la formula che contiene una dichiarazione d’intenti contro ogni forma di criminalità organizzata. No. Molto più concretamente lo Stato si costituisce parte civile in un procedimento contro la camorra di Terra di Lavoro: per questo, alla prima udienza preliminare che si è aperta ieri mattina nell’aula bunker del carcere di Poggioreale c’erano il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano e il commissario antiracket, il prefetto Giosuè Marino. E proprio attraverso l’antiracket nazionale il governo si costituisce parte civile contro i 71 imputati - tutti presunti affiliati ai gruppi Bidognetti e Tavoletta - accusati di essere stati i protagonisti di anni di malaffare e vessazioni culminate in una serie di estorsioni commesse ai danni di alcuni imprenditori. Fu proprio un coraggioso gruppo di imprenditori, titolari della clinica «Pinetagrande» a Castelvolturno, a ribellarsi al ricatto dei clan, denunciando le richieste di «pizzo» avanzate dagli imputati. Indagine robusta, quella condotta dal pm della Dda di Napoli Marco Del Gaudio, corroborata dalle dichiarazioni di Anna Carrino, la compagna di Francesco Bidognetti. Sue le dichiarazioni che ora rappresentano un macigno sugli imputati: Anna Carrino per anni ha fatto parte dell’organizzazione di cui conosce ogni segreto. L’udienza preliminare di ieri - che tra gli imputati vede lo stesso Francesco Bidognetti, oltre ad Alfonso Cesarano, Alessandro Cirillo ed Emilio Di Caterino - è stata aggiornata a lunedì prossimo. «La richiesta di costituzione di parte civile - ha detto Mantovano - ha fondamento materiale nel danno diretto subito dal ministero dell’Interno, che attraverso il fondo gestito dal commissariato risarcisce chi ha subito estorsioni», e testimonia che «chi sceglie di denunciare ha dalla propria parte tutte le istituzioni. C’è la volontà di affiancare le parti offese da un reato così odioso, ed è una carta vincente nel contrasto al racket e all’usura». Il commissario antiracket Marino parla invece di «tendenza positiva nell’aumento delle denunce per racket, anche se non siamo ancora a un numero pari alle dimensioni del fenomeno». Insieme con il prefetto Marino c’era anche Tano Grasso, presidente della Federazione antiracket italiana. «Questo processo - commenta - è il primo momento che segna dentro il clan Casalesi una frattura con il mondo imprenditoriale. È la prima volta che imprenditori collaborano con le forze dell’ordine in un processo contro la camorra di Terra di Lavoro, impedendo così ai boss di mettere le mani su diversi milioni di euro nella zona di Castelvolturno». Come detto, i titolari della clinica - Vincenzo Schiavone e Cristoforo Coppola - denunciarono la richiesta di tangenti, contribuendo all’«operazione Domizia», che il 17 aprile portò all’esecuzione di 52 ordinanza di custodia cautelare. E ieri mattina il manager della clinica Antonio Rainone ha consegnato al sottosegretario Mantovano un dossier sui rischi di chiusura della struttura sanitaria, che vanta crediti accertati in giudizio per 38 milioni di euro dalla Regione Campania. Giovedì scorso, in occasione del vertice presieduto dal ministro Maroni a Caserta, medici ed infermieri della clinica «Pineta Grande» (che è presidio del 118 e funziona da vero e proprio ospedale sul litorale domizio) manifestarono davanti alla Prefettura di Caserta esibendo uno striscione: «La camorra ci ha ferito, la sanità della Regione Campania ci sta ammazzando».

GIUSEPPE CRIMALDI
Il Mattino il 05/11/08


Appello Spartacus, ultimo atto Requisitoria per 18 imputati
Sarà pronunciata venerdì - a distanza di dodici anni dal blitz dell’ottobre del 1996 – la requisitoria del procuratore generale all’udienza d’Appello del maxi-processo «Spartacus 2» conclusosi in primo grado, nel 2004, con condanne per 106 anni e 33 assoluzioni. Al vaglio dei giudici della quarta sezione penale della Corte di Appello di Napoli la posizione di soli 18 condannati dopo l’impugnazione della Procura. Le pene irrogate in primo grado dai giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere variarono da un anno e mezzo a 9 anni di reclusione: tra gli imputati, nomi noti della camorra casertana ma anche quelli di due appartenenti alle forze dell’ordine come il maresciallo dei carabinieri Arcangelo Barbato (condannato a 7 anni) e l’agente penitenziario Andrea Sibona (condannato a 6 anni e mezzo) e l’ex vice sindaco di Casal di Principe Gaetano Corvino (condannato a 5 anni). Furono ottantasei, invece, i destinatari dei provvedimenti restrittivi scattati nel blitz di 12 anni fa: il numero di imputati nel processo madre è poi diminuito con lo stralcio di alcune posizioni e i processi con rito abbreviato. La sentenza, preceduta dalle assoluzioni dei politici Dante ed Enzo Cappello, Vincenzo Tavoletta e Salvatore D’Amore (giudicati in processi stralcio), è arrivata dopo circa cinque anni di udienze: e più di un anno è passato anche dalla lunga requisitoria (frazionata in sei parti) pronunciata dai pm Raffaele Cantone e Raffaello Falcone. Il processo nacque dalle dichiarazioni della gola profonda dei Casalesi, Carmine Schiavone (lo stesso che avrebbe riferito di un attentato dinamitardo allo scrittore Saviano) e di altri collaboratori di giustizia quasi tutti sconfessati dal tribunale sulle accuse ai colletti bianchi. Tra gli assolti nel processo di primo grado (dall’accusa di concorso esterno in associazione camorristica) anche il senatore Antonio Ventre; l’ex assessore regionale Alfredo Pozzi; il medico cinque volte sindaco di Villa Literno Aldo Riccardi; l’ex vicesindaco di Villa Literno Antonio Pedana; l’ex sindaco di Aversa Carmine Bisceglie; l’ex sindaco di Casal di Principe Francesco Schiavone e l’ex presidente della Coldiretti Raffaele Marrandino. Non si procedette invece per alcuni imputati deceduti nel corso del dibattimento: l’ex deputato Tiberio Cecere, l’ex vice sindaco di Aversa Gabriele Minale, l’ex maresciallo Vito D’Onofrio ed il boss Giulio Luise. Tempi lunghi anche per il deposito della motivazione della sentenza: i 90 giorni fissati dal collegio giudicante sono slittati più volte fino ad accumulare oltre un anno e mezzo. Si è concluso invece lo scorso giugno il secondo grado del maxi processo «Spartacus 1»: per trasmettere ai giudici d’appello i 550 faldoni contenenti gli atti del procedimento fu utilizzato, nel novembre 2006, un furgone blindato. La sentenza di primo grado della seconda Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere venne emessa al 15 settembre 2005, dopo undici giorni di camera di consiglio e otto anni di dibattimento. La Corte era presieduta da Catello Marano e comminò 95 condanne, 21 delle quali all’ergastolo, e decise 21 assoluzioni. Le motivazioni alla base del verdetto furono scritte dal giudice a latere, Raffaello Magi, che racchiuse tutto in 3.187 pagine: un lavoro paragonabile solo a quello del maxi processo contro la mafia.

BIAGIO SALVATI
Il Mattino il 05/11/08


Bolognesi: «Io, carabiniere, amico dei boss per incastrarli»

«Sono un maresciallo dei carabinieri e un maresciallo è un investigatore. Certamente da buon comandante di stazione bisogna parlare con tutti, col buono e col cattivo. Il buono, certe notizie, non te le può dare, ma si possono prendere solo da persone di strada, dal piccolo al grande pregiudicato. L’importante è avere equilibrio, rispetto dell’uno e dell’altro». La risposta del maresciallo dei carabinieri Alfonso Bolognesi al giornalista del Tg2 che gli ha chiesto ieri se tra i suoi informatori ci fosse anche Antonio Alluce è stata chiara. Alluce, latitante da settimane e braccio destro di Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista del clan dei Casalesi, regista di diciotto omicidi in cinque mesi, è stato tirato in ballo dal nuovo collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo, catturato a Monteruscello a fine settembre. Il comandante della stazione dei carabinieri di Pinetamare ha ammesso di aver avuto informatori nell’ambiente della criminalità, ma, nello stesso tempo, ha rivendicato di aver sempre contrastato la camorra «soprattutto negli ultimi tempi». Il maresciallo, uscito venerdì dal carcere militare di Caserta su disposizione del gip Stefania Amodeo, è ancora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli atti del procedimento sono stati inviati al tribunale di Napoli, competente per territorio. Di Oreste Spagnolo, il collaboratore che lo ha accusato di percepire mille euro al mese dal clan in cambio di informazioni riservate, l’ex comandante di stazione ha raccontato: «Ha un forte astio verso di me e verso il mio comando, noi abbiamo sempre contrastato la criminalità, proprio questo gruppo, fin dal mio primo arrivo nel 1997 nella stazione di Pinetamare, in un territorio martoriato». «Io vivo di stipendio che ho sempre percepito per il lavoro che ho fatto, in quello che ho sempre creduto. Ce l’ho nel cuore, nel sangue, due telefonini e qualche migliaio di euro non mi potevano cambiare la vita». Di Giuseppe Setola, il capo del gruppo di fuoco ha raccontato: «Setola non lo conosco, non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai avuto a che fare». Bolognesi si definisce «stanco, triste e anche molto provato sia fisicamente che mentalmente, ma fiducioso che la verità uscirà fuori». «Questa faccenda ha buttato fango addosso alla mia divisa. Io spero che la vicenda non duri anni, quando ero in carcere pensavo a varie vicende che sono successe a colleghi che alla fine sono usciti puliti, ma sono passati anni, gli anni logorano l’uomo».

MARILÚ MUSTO
Il Mattino il 05/11/08
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