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NERA, VIVA, CALEIDOSCOPICA COME UNA SECONDA PELLE
SI RACCONTA L’ALTRA NAPOLI NEL ROMANZO DI ANTONIO MENNA
«Cocaina & Cioccolato», la recensione di Tinto Moscato
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Lo scrittore e giornalista Antonio Menna
Lo scrittore e giornalista Antonio Menna (foto d'archivio)
MARANO. Peccato che l’editoria viva di dinamiche non sempre fluide, non sempre trasparenti. Peccato che la pubblicazione e l’accesso ai circuiti mass-mediatici di un libro dipendano non soltanto dal talento, dalle capacità narrative, dalla lucidità descrittiva di emozioni, vissuti, contesti e stati d’animo. «Cocaina & Cioccolato» (Cicorivolta Edizioni, www.cicorivoltaedizioni.com, pp.137, 11 euro) è il romanzo di esordio di Antonio Menna, 38 anni, napoletano, giornalista e progettista sociale. Ebbene, se un successo letterario dipendesse soltanto dall’analisi oggettiva della “leggibilità” di un testo e dalla valutazione critica del messaggio sotteso, siamo certi che questo romanzo, come giustamente sottolineato da Pietro Treccagnoli nella veloce ed efficace prefazione, si ritaglierebbe uno spazio meritato di approfondimento, di ponderate analisi sociali e di ambiziosi interrogativi sociologici. Sarebbe inevitabile occuparsene. Rappresenterebbe semmai, ci si passi l’accostamento (che per alcuni parrà una bestemmia), l’altra faccia della medaglia della Napoli raccontata da Saviano, ma non in antitesi (ci mancherebbe!), bensì offrendo una visuale diversa, dal di dentro, dalla parte della gente comune in una città fuori dal comune.
Nel suo racconto non ci sono nomi di capiclan, non si citano ordinanze della Distrettuale antimafia, non si illustrano i flussi di traffico di denari illeciti e mondezze naueabonde ancorché linde in filigrana. Antonio Menna non scrive di vicende di camorra, di morti ammazzati, non descrive geografie criminali od organigrammi malavitosi, non racconta episodi ai limiti del docu-drama, né veri né verosimili. «Cocaina & Cioccolato» narra di un obiettore di coscienza napoletano, afflitto dal rigetto per l’ipocrisia e per l’opportunismo tipici di una certa napoletanità. Ci si muove con violento garbo in una sorta di viaggio nella marginalità di questa città, senza bussole né dogmi cui aggrapparsi a tutti i costi. La sua scrittura calza addosso come una seconda pelle, caleidoscopica ed inebriante, che permette di vedere, oltre che guardare: ti scassa dentro, senza rumore. Ti penetra, ma non ti stupra. Perché ti riconosci in quel disorientamento di un’epoca ibrida, in cui mancano stelle polari e persino costellazioni visibili e che però sembra aver riesumata la forza devastante dell’antico “homo homini lupus” costringendo ad una scelta senza scelta. Scrive bene, Menna, davvero molto bene: ti rapisce, ti ipnotizza e ti conduce per mano senza mai farti nascere il desiderio di chiederti dove ti stia portando con le parole.
E riesce a raccontare le inquietudini di chi vive Napoli senza amarla, né odiarla, di chi vive la sua vita autorelegandosi ai margini, non per convenienza o connivenza, ma per mancanza di identità (matematica) con i modelli disponibili, di chi vive Napoli e la vita a Napoli in definitiva senza giudicarla.
Epperò non lo fa per adeguarsi a stereotipi processi di immedesimazione, men che meno per pietismo gretto tanto di moda in certi ambienti. Menna non attribuisce ad altri le responsabilità dei singoli, non intende farlo e non lo fa. Menna esprime piuttosto il disagio di chi sa che una certa Napoli non può essere rinchiusa, costretta, in una netta separazione tra “buoni” e “cattivi”: una Napoli che è in perenne mutazione ed eppure è sempre uguale a se stessa, una Napoli in cui ognuno ha qualcosa da farsi perdonare e ciascuno ha sempre qualcosa da pretendere e rivendicare, quella Napoli che fluisce languida e struggente lontano dai riflettori, scevra da legami col potere, quello costituito e quello sostituito.
È la Napoli che non delinque e che rifugge il sotterfugio, è la Napoli che non chiede nulla e che non si chiede nulla, è la Napoli di chi si è ritagliato il proprio mondo e lo coltiva come un orto botanico, transgenico o biologico che sia, ma protetto da una serra artificiale il cui compromesso è la maschera indossata per le pubbliche relazioni: è la massa grigia, densa come una melma ed intensa come il sudore acre e fastidioso delle mura antiche del centro storico; è il melting pot della Napoli comunista e fascista al tempo stesso, repubblicana e monarchica al tempo stesso, legalitaria e camorrista al tempo stesso, voltagabbana per necessità ed idealista per vezzo, è la Napoli di chi vive a ridosso della linea di confine ed è sempre pronto a tirarsi di qua o di là a seconda del vento che spira; ed è, nel suo caso, la Napoli che sceglie sempre l’altro versante: né con lo Stato né con le Br, si sarebbe scritto negli anni ’70; né con Bush né con i terroristi, si sarebbe scritto altrove; né con Bassolino né con la camorra, si potrebbe scrivere oggi.
È un racconto crudo, impietoso che tiene conto delle angosce intime di chi non si riconosce più in niente, di chi si è nutrito di contraddizioni e ideologie sventrate dal tempo, di chi accende un riflettore sempre vigile sul fiore del male, senza attingervi il polline e senza nemmeno estirpare la finta gramigna di chi ripropone illusioni ed illusionismi.
Ecco, il romanzo di Menna è questo: non è il racconto dei cancri di questa città-leucemica, bensì è questa città. E leggendo “Cocaina & Cioccolato” non si odono j’accuse, ma soltanto il respiro di chi questa città la vive. Suo malgrado.

Tinto Moscato


(ndr) Il romanzo di Antonio Menna è in vendita nelle migliori librerie; a nord di Napoli si trova presso la Libreria Romano (corso Umberto I, 120, Marano) e presso la Libreria Starace (via Nicolardi, 84, Napoli). E’ possibile anche farselo recapitare a casa pagando al corriere solo il prezzo di copertina; basta chiamare il nr. 0187495154 oppure scrivere una e-mail a ordini@cicorivoltaedizioni.com
 
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La copertina del romanzo
La copertina del romanzo (Cicorivolta Edizioni)


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