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Reg. Trib. di Napoli N.98 del 26/10/2004
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Articolo tratto dall'edizione Num. 94 Anno 3 del 04/04/2006
 
Processo alla faida: 120 anni di carcere
Il blitz di dicembre a Secondigliano e Scampia
(Il Roma)
NAPOLI. Lo Stato non poteva attendere, non poteva tirare i remi in barca, occorreva una risposta decisa. E quella risposta non tardò ad arrivare. Nella notte tra il sette e l'otto dicembre del 2004, Secondigliano, Scampia, Mugnano e tutta l'area nord della città, sussultò per lo stridente rumore delle sirene delle auto delle forze dell'ordine e delle pale degli elicotteri che sorvegliavano dall'alto le possibili vie di fuga dei ricercati. Cinquantuno furono gli arresti, quattordici i latitanti, 1.800 gli uomini delle forze dell'ordine impegnate. Ieri trentatré di loro sono stati giudicati con il rito abbreviato. La sentenza è stata decisa dai giudici della trentanovesima sezione gup del tribunale di Napoli, presidente Scandone mentre l'accusa era sostenuta dal pubblico ministero della Dda Luigi Frunzio. Una mole impressionante di pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche supportate dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia Pietro Esposito e Domenico Rocco. Un lavoro certosino quella della Procura che in pochi mesi sgominò una buona fetta dei due clan che si fronteggiavano per il controllo delle piazze di droga. Solo due degli imputati sono stati assolti con formula piena dalla contestazione di 416 bis come appartenenti al clan Di Lauro. Si tratta dei fratelli Salvatore e Vittorio Meola difesi dall'avvocato Giuseppe Pecoraro. La pena più alta è stata inflitta a Giuseppe Grassi, 21 anni, che ha incassato otto anni di reclusione. Il giovane confessò di aver sparato contro quattro militari dell'Arma per sfuggire ad un arresto. Uno dei presunti capi della scissione, Arcangelo Abete, difeso dagli avvocati Vincenzo Mazza e Michele Cerabona è stato condannato a 6 anni e 8 mesi. Stessa pena inflitta ad un altro dei presunti ras scissionisti, Gennaro Marino alias "Genny 'o Mckay" che a fronte di una richiesta di 10 anni avanzata dal pm ha incassato 6 anni e otto mesi. Soddisfazione quindi per il suo difensore, il penalista Luigi Senese. Lo stesso avvocato ha poi ottenuto dei sostanziali successi anche per Ciro Nocerino (4 anni e 8 mesi) e Vincenzo Rispoli (quest'ultimo assistito anche da Francesco Lubrano) che ha incassato 3 anni di carcere; ma anche per Luigi Secondo, difeso con Carlo Ercolino (3 anni) e Vincenzo Pariante, fratello di Rosario che da una richiesta a 10 anni di carcere è stato condannato a 4 anni e 8 mesi. Per il collaboratore Domenico Rocco la pena è stata di due anni e sei mesi. Per Paolo De Lucia, difeso dall'avvocato Mario Bruno il verdetto è stato positivo in quanto ha incassato tre anni di carcere a fronte dei 6 anni e 4 mesi. Successo anche per Raffaele Chiummariello e Rendina che hanno difeso Massimiliano Cafasso anche egli considerato uno dei capi degli scissionisti del clan Di Lauro: ha incassato tre anni di reclusione a fronte dei sei anni e otto mesi richiesti dalla pubblica accusa. Luigi Petrone cognato di Vincenzo Di Lauro, figlio del padrino Paolo alias "Ciruzzo 'o milionario" ha incassato tre anni. Biagio Esposito dai sei anni chiesti dal pm è passato a tre anni e quattro mesi, difeso dall'avvocato Gennaro Marano. Francesco Barone ha incassato invece quattro anni e otto mesi: è difeso dagli avvocati Carlo Ercolino e Nicola Cappuccio.


Omicidio Verde, ergastolo ad Ugo De Lucia


Prima ammazzò e poi bruciò il suo cadavere senza alcuna pietà, solo perché non aveva rivelato il nascondiglio del suo amico, uno degli scissionisti al clan Di Lauro. Ma ieri è arrivata la sentenza che ha messo il primo masso (si intende che però è una sentenza non definitiva ma solo di primo grado) per assodare le colpe per il truce omicidio di Gelsomina Verde, la 21enne di San Pietro a Patierno, punita come un boss, trattata come un animale. Fu quello, uno dei momenti più tristi della faida di Secondigliano e anche il più duro, quella stessa giornata, il 21 novembre del 2004 si contarono quattro morti nel giro di meno di 24 ore. In una tabaccheria di Melito furono massacrati di proiettili Domenico Riccio e Salvatore Gagliardi, ritenuti affiliati agli scissionisti perché secondo la Procura e gli investigatori erano coloro i quali cambiavano gli assegni ai boss del clan dei ribelli. Anche per questo duplice omicidio il responsabile, secondo i giudici del trentanovesimo gup del tribunale di Napoli, è Ugo De Lucia. «Ergastolo», ha pronunciato il giudice Scandone. Carcere a vita per il presunto braccio armato del clan Di Lauro colui che si è macchiato di uno dei crimini più atroci della faida dell'area Nord. L'ergastolo era poi la pena chiesta dal pubblico ministero della Dda Luigi Frunzio. Storia diversa per il collaboratore di giustizia Pietro Esposito anche lui coinvolto nell'atroce delitto. "'O kojac" ha incassato sette anni e otto mesi perché rispondeva della violazione all'articolo 116 ovvero " di reato diverso da quello voluto dai suoi concorrenti". Fu lui a rintracciare Mina Verde e a portarla al cospetto dei suoi aguzzini. Secondo le sue dichiarazioni, che hanno poi incastrato Ugo De Lucia, lui non sapeva che l'avrebbero ammazzata. «Mi era stato detto che volessero picchiarla», poi si è allontanato

FABIO POSTIGLIONE - IL ROMA 4 APRILE 2006
 

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